Casa è dove non ti senti rimpiazzabile

“Mi piace come mi sento in quei momenti.”
“Come ti senti?”
“Come se non potessi fare a meno di me.”

Capita che certe volte la sindrome premestruale arrivi e colpisca come un fiume in piena, com’è successo questo mese, e non so neanche io se è colpa del periodo un po’ così o se sono solo gli ormoni.

Fatto sta che ho sentito il bisogno di venire qui, a casa.

Non ci sono ancora abituata: scendo alla stazione (che è un’altra rispetto a quella a cui scendo ora), mi guardo intorno e penso che un giorno sarà davvero casa, che quelle strade le farò tutti i giorni, che via Don Minzoni, Piazza del popolo e corso Roma diventeranno conosciute come il palmo della mia mano, che entrerò qui e… boh.

Oggi, quando ho tirato fuori le chiavi, sul terrazzo dell’appartamento al piano terra c’era una signora – una signora con cui probabilmente prima o poi mi scambierò il buongiorno e la buonasera – che mi ha guardata stranita e incuriosita quando ho estratto tre mazzi dalla borsa e mi sono messa a rovistare perché, di quei tre, volevo proprio quello con il portachiavi rosa e le chiavi colorate che ho avuto fin dall’inizio.

Ho sentito il bisogno di venire qui, in un posto miocasa mia, solo mia.

Se fate la visura catastale a mio nome esce quest’immobile, e mi viene da dire che allora qualcosa ho concluso, anche se in questi giorni non mi sembra di aver concluso molto. Ho fatto un viaggio meraviglioso e sono tornata per trovarmi scombussolata, e non perché è stato traumatico il rientro dalle ferie, ma perché mi sembra che poco o nulla di quello che avevo lasciato ci sia ancora, e casa, che non è ancora davvero un casa, è l’unica cosa che è qui e che non si muove.

Quando sono entrata ho spalancato tutto e mi sono seduta seduta per terra contro la parete dove metterò la libreria, che è la cosa che ho voluto fin da quando ho iniziato a cercare un appartamento.

“No, questa casa no, perché non c’è una parete libera per la libreria!” Qualcuno mi ha presa per pazza, chi mi conosce invece l’aveva data per scontata.

Ho spalancato tutto, dicevo, per far entrare luce e aria, e se ci penso bene è assurdo perché adesso ho la mania di chiudere le porte, mentre qui ho voglia di aprire.

Mi domando se questa casa porterà con sé altri cambiamenti.
Mi domando se i cambiamenti arrivano o se devi farli arrivare. Spero che qualcosa arrivi, e qualcosa arriverà, penso, spero. Sono confusa e parlo e scrivo per mettere in fila i pensieri.

E’ che è brutto sentirsi rimpiazzabile. Che poi rimpiazzabile è anche una brutta parola, oltre che una brutta sensazione: con tutte quelle Z è proprio sgradevole all’udito.

E’ più profondo del semplice non esserci; è la sensazione che, se non ci fossi tu, ci sarebbe qualcun altro e sarebbe uguale: se oggi non ci sei, ci sarai domani e se non ci sarai neanche domani, vorrà dire che dopodomani arriverà qualcun altro e il cambiamento non richiederà neanche un grande sforzo.

La sensazione che mi dà quest’appartamento, casa, la prima cosa veramente mia, tutta mia, è che sia qui ad aspettare me, ed è una bella sensazione, ho solo bisogno di insistere per arrivare. E arriverò.

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