Storie di tatuaggi

Non sono contraria ai tatuaggi, solo a quelli fatti tanto per fare.
Per me i tatuaggi devono avere un significato, perché devi tenerli sulla pelle per tutta la vita, quindi mi piace/ne ho voglia/va di moda per me non giustificano l’inchiostro sotto la pelle.

Io ho due tatuaggi: il titolo di un libro e un’immagine.

Il primo l’ho fatto a novembre 2015.
Avevo compiuto 30 anni, in pochi mesi avevo stravolto la mia vita sia dal punto di vista personale sia da quello professionale e non sapevo mai se la mattina mi sarei alzata pronta ad affrontare tutto o con la voglia di scendere dalla giostra.

A inizio anno avevo visto un’intervista a Carlo Gabardini in cui parlava del suo primo libro ed ero rimasta così colpita che il giorno dopo ero corsa in libreria a comprarlo. L’avevo iniziato subito ma non c’era niente da fare, non era scattato l’amore, quindi avevo deciso di metterlo da parte sotto altri libri che mi aspettavano sul comodino. A fine estate è arrivato di nuovo il suo turno, allora l’ho ripreso in mano e quel libro ha cominciato a parlarmi e a parlare di me.

Fino al punto decisivo, quando Carlo racconta la bocciatura alla scuola di teatro Paolo Grassi e di quando, scoraggiato, comunica al padre di aver deciso di mollare tutto per seguire le sue orme di avvocato:

«Fossi in te, io insisterei.»
«Papà, ma in che senso? Alla Paolo Grassi quando ti bocciano, ti bocciano. Mica puoi ripetere l’anno! È finita. Cosa posso fare?»
«Questo non lo so. Ma fermarsi al primo ostacolo non mi sembra saggio.»

«Fermarsi al primo ostacolo non mi sembra saggio», che bella frase.
Perché non significa che Carlo sta sbagliando, significa che forse lo sta facendo, ma che forse sbaglia lui, il padre di Carlo. E’ fornire un altro punto di vista, non necessariamente quello giusto, e un invito a riflettere. Era quello che avevo bisogno di sentirmi dire, anche se fino a quel momento non lo sapevo.

Da allora, alla base del collo, a metà strada tra il cervello e il cuore, dove non posso vederlo ma so che c’è, campeggia indelebile il titolo di quel libro: Fossi in te io insisterei.

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Il secondo tatuaggio risale ad aprile 2017 ed è un regalo delle mie amiche.

Io che amo il silenzio, che non suono uno strumento dai tempi delle scuole medie e oggi non saprei mettere insieme due note, che sono stonata come una campana, mi sono tatuata sul polso l’immagine di un paio di cuffie audio.

Perché molte cose nella mia vita sono legate a una canzone: mi ricordo quella con cui ero in fissa e che ho ascoltato per un giorno intero mentre divoravo un libro in meno di 24 ore,* mi ricordo la canzone che aveva come suoneria la mia compagna di banco delle scuole superiori**, mi ricordo quella su cui ho dato un bacio che mi ha fatto arricciare le dita dei piedi***, mi ricordo la prima canzone che mi ha fatto piangere durante un concerto**** e anche quella che ho inviato sperando di lanciare un messaggio che non è mai stato recepito*****. E poi ci sono quelle canzoni che non rappresentano un momento ma un periodo e quando arrivano, magari all’improvviso, è come se fossi ancora lì e fa male come allora, o bene come allora, a seconda dei casi.

Anche perché ho sempre un paio di cuffie in tasca, e se non le ho in tasca è perché le ho alle orecchie: lo facevo quando studiavo, lo faccio oggi mentre lavoro, quando viaggio in treno, quando cammino o vado a correre, se devo prendere delle decisioni. (Che poi, soprattutto al lavoro, una volta trovata la giusta concentrazione non abbia la più pallida idea di quali canzoni siano passate è un’altra storia.)

Within Temptation, “Never Ending Story”

** Eiffel 65, “Blue (Da Ba Dee)

*** Mika, “Good Guys”

**** James Blunt, “Goodbye my lover” (Roma, 13 marzo 2011)

***** Damien Rice, “Colour me in”

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